l'espressione, il gesto
Affermato architetto, Angelucci ha coltivato a lungo la pittura in segreto, non come mestiere ma come espressione di una parte non coercibile della vita interiore. Questa raccolta intimità della passione, unita alla discrezione della persona, gli ha impedito di acquistarsi quella cittadinanza e quel riconoscimento critico a cui, anche in questo campo, avrebbe da tempo diritto. In prove ormai lontane, le tele di Angelucci, sia pur spiegandosi in varie (ma contigue) direzioni, presentavano brani di calda densità coloristica e una curvatura primitivistica con immune da richiami al gusto fauve. La lezione dei gandi maestri della modernità (da Cézanne ai fauves appunto, in particolare Matisse, e poi Picasso) riguardava soprattutto la sintesi da essi realizzata: della complessità espressa con semplicità. Il disegno per lo più si imponeva per rimpianto statico e per una figurazione impostata con voluta elementarità, le fisionomie descritte in maniera marcata, il tratto rude e deciso. Non mancavano per altro i corsivi di viva sensibilità decorativa. Nelle prove di maggior significato degli anni Sessanta (ad esempio Clown, Natura morta, le due Visioni urbane, Dalla finestra di casa) la pittura è già concepita come architettura di elementi in tensione nello spazio, sintesi di simbolo e realtà corporea; il colore è anche ricerca plastica, possibilità costruttiva e portante, elemento strutturale della visione. Come dimostrano anche meglio le opere successive. Significative in proposito le due marine del ‘71, esperimenti in cui la messa in rilievo del processo di aggregazione che è nella visione viene realizzata con strati staccati di colore, pennellate disposte secondo un ordine e un ritmo che danno il senso della costruzione materiale dell’immagine. In seguito divengono importanti le figure umane, il loro gestire, come se le tele di Angelucci per raccontare e per raccontarsi avessero bisogno di una voce narrante. Sono ritratti, ma anche descrizioni di stati d’animo, sentimenti colti in un tempo sospeso: senso immobile dell’attesa, pausa di riflessione, figure raccolte come in uno stupore di sé. Questo stupore passa anche, alle cose e alle atmosfere di cui sono intrise. La forma della rappresentazione è come abbreviata, filtrata, scorciata, rappresa nell’energia di un gesto che nel cogliere persone e cose in un momento dell’esistere le illumina di una luce nuova. È sulla base di questa conquista di uno spazio interiore che Angelucci giunge alla soglia degli anni Ottanta all’incontro e al confronto con le esperienze della Transavanguardia: rapporto fruttuoso che gli rinforza la gioia del dipingere e lo induce a realizzare le prove in cui la sua individualità meglio si riconosce e si definisce. È un incontro come destinato, poiché non dissimile dal nomadismo culturale della Transavanguardia era il libero accostarsi, che egli già realizzava, ai vari lasciti della Tradizione del Moderno per decontestualizzarli, riossigenarli, rivitalizzarli con un diverso impatto emotivo. Ma aggiunge immediatezza di segno alla corposità dell’impasto cromatico che fa intimamente parte del background di Angelucci.
Se mancano 1’ironia e 1’onirismo a cui certi esponenti della Transavanguardia fanno ricorso, viene sviluppato per converso un senso acuto e preciso del rapporto costantemente generatore di forme e di vita fra il colore, la linea che lo svolge e lo delimita, lo spazio che lo circonda. Ciò comporta tra 1’altro, in opere come Arnesi (1 e 2), Composizione, Finestra, La modella e altre di quegli anni, una particolare declinazione di atmosfere di lontana ascendenza cubo-futurista (con rimando esplicito in Brocca cubista e II futurista), per cui la materia pittorica si definisce in contrapposizioni e intersezioni di piani, con spigoli acuti, taglienti, di deciso senso costruttivo e di sicuro impianto compositivo. L’osservazione del vero si fa lontana in favore dell’accentuazione dei volumi geometrici, con la rinuncia ad ogni espressione naturalistica dello spazio. Di lì e attraverso gli acrilici della metà degli anni Ottanta - tra i quali rimarchevoli per 1’energica orchestrazione tra colori e forme Tango, Ballerina, II trofeo, L’uccello di fuoco, Pas de deux. Profezia orwelliana, Rabbia repressa e vari altri - si giunge ai più recenti esiti della pittura di Angelucci, quelli in cui il colore diventa funzionale alla definizione segnica, il tratto è esplicitamente espressionista, la duttilità strutturale è tesa e drammatica. Siamo sul filo di una suggestione emotiva innescata nell’impulso gestuale. Sul gesto ormai si modulano le linee della figura umana, che è ridotta a sagoma,filamento lattiginoso, ectoplasma: figurazione stemperata come in un ricordo o sogno. Lo sfondo è però una condizione dell’uomo inquieta ed allarmata (si veda II vampiro, L’angelo caduto, II cavaliere dell’Apocalisse) che è manifestazione dell’inconscio personale dell’artista ma anche dell’immaginario collettivo posto di fronte ad interrogativi a cui il nostro tempo meno che mai sa dare risposta.
Lanciano, Ottobre 2007Renato ParenteProfessore, Scrittore, Critico d'arte


