Testimoniare sulla storia artistica di “Gigi” Angelucci, artista-architetto così eclettico, non è cosa facile soprattutto se vi è un rapporto personale che va oltre la discreta visione dell’amico artista. All’amore per il “sapere” Angelucci intreccia le ragioni continue di vita, con varie e profonde implicazioni sostanziali dell’essere artigiano della Scultura.
I soggetti da lui rappresentati vengono coinvolti dall’amore, mentre i processi espressivi e tecnici si rivelano operazioni che mettono in atto la sua vera professione tanto che l’opera prodotta possa pienamente trasferire al fruitore emozioni e suggestioni.
Ripercorrere con questa breve testimonianza il valore artistico di Luigi, tenendo conto del numero considerevole di opere che abbracciano un 50ennio della sua produzione, è operazione riduttiva. Le sue opere, dal naturalismo del primo periodo più o meno schiettamente figurativo, appoggiate degli anni ‘60 dal suo intelligente “fare architettura” e da implicazioni forse spesso scopertamente romantiche, dovevano in breve e in parallelo dirigersi verso il realismo espressionista del secondo periodo.
Dopo questa prima esperienza di formazione, l’artista si connette con il nostro miglior Novecento, quello in cui la visione formalistica ed estetizzante è corretta da una più acuta e diversificata pressione morale, e per questa via si dirige con chiarezza verso una nuova ricerca che rompe con gli schemi in termini figurativi.
Ricercare la ragione della progressiva caduta estetizzante e formalistica del nostro Novecento fu compito della nostra generazione di mezzo e di artisti come Burri, Fontana, Merlotti, Guttuso e poi di giovani come Vacchi e Sughi, che dopo l’ipotesi di critica evolutiva nelle loro tele mettono una nuova vitalità: il materico-cromatico. In questa fluttuante evoluzione si immerge la personalità di Angelucci che attraverso la sperimentazione delle sue grandi tele e le sue sculture lignee libera la sua emotività e ne risulta accresciuta la ricerca e lo spessore dell’opera.
Per questa complessità di interferenze che moltiplicano il gesto, lo spessore della situazione, attraverso: coaguli, grovigli del segno, allargamenti episodici di brevi campiture della materia, tutto viene reso vibrante e vitalmente organico, ricco di imprevisti di confluenti e dialettici episodi.
Infine, spesso, emerge il nucleo focale d’un accenno d’immagine, come trapelata nella stratificazione di tacheometrie divenute quasi simboliche, e perciò vere, quasi più intimamente tangibili.
Si può constatare nell’ opera di Luigi che il disegno, lo schizzo, il bozzetto a differenza di quanto accadeva un tempo, non vengono più intesi oggi, come momenti di avvio e di preparazione alla tela di vaste dimensioni, all’opera “fatta”, rifinita in tutti i particolari; ciò dipende senza dubbio dall’accentuazione immanentistica, attualistica che, ai nostri giorni, viene assegnata all’operare dell’artista. È nel lato poetico delle sculture di Gigi (come in Mirco, Picasso, Brancusi) che veicola l’inconscio e le pulsazioni del primordiale che esalta il senso misterioso dello spazio e del tempo.
Esse suggeriscono manipolazioni atte a sentire e a orientare la vitalità della materia in rappresentazioni iconiche in cui la superfìcie si determina nella modellazione in fasci nervosi, in rastremate tensioni, negli inserti di schegge di metallo, nelle sintesi simboliche aperte e scandite per allusioni, movimenti semplici, suggestioni frammentarie, modulazioni e variazioni poetiche, seguono le tendenze generali del nostro tempo.
Dall’opera dell’artista si evince che tutto questo ha una concretezza, una consistenza ben più lontana dall’ arida formula linguistica considerata dai manieristi e dall’uso standardizzato di forme belle; in lui è tutta una libertà di movimenti, di articolazioni di braccia, di gambe, di superbe impennate, di rovinose cadute.
L’opera viene così conquistata, esplicitata, rielaborata per significare una degradazione morale e fisiologica; è un mondo, questo, vivido, carnale, sensibile e presente al nostro ambiente e al nostro tempo e che viene magnificamente raggiunto, fissato, evidenziato. Non si tratta di gratuita fantasticheria: è al contrario l’esplicitazione di manifestazioni proprie del vivere umano, che confusamente vengono avvertite da tutti, ma che solo l’occhio dell’artista, nei modi e nelle forme imposte dai tempi sa cogliere e mettere in relazione.
Infine, “Gigi” esprime la protesta, la trasgressione, il diritto all’esplicazione della creatività individuale, attraverso uno studio attento e personale di tutte quelle correnti degli ultimi decenni (Comportamentismo, Informale, New Dada, Pop Art, Transavanguardia) rielaborate nelle grandi tele degli anni 80-90, e la relazione è ancora più incisiva se associamo alcune tele di Angelucci alle opere di Chia, Clemente, Cucchi, Paladino e De Maria.
Paolo Spoltore
Professore, Scultore

